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agricoltura tradizionale

Agrobiodiversità: i vantaggi della tradizione

L’ecosistema agricolo è tanto più assimilabile ad un ecosistema naturale quanto è meno incisiva l’entità degli interventiumani che vi operano. Odum (1984) individua, fra le caratteristiche che qualificano un ecosistema semiartificiale come quello agricolo, la necessità di fonti ausiliarie di energia per aumentare la produttività, l’azione di selezione artificiale e non naturale per piante e animali appartenenti al sistema, l’esistenza di meccanismi di controllo esterni e, importante,una drastica riduzione della biodiversità .

Proprio il recupero di quest’ultima sembra legato alla soluzione di diversi problemi agronomici, come la tossicità di fertilizzanti e pesticidi aggirabile in parte con l’uso di policolture opportune. Ad esempio, l’associazione di eliotropio a colture di leguminose imprime una riduzione massiccia sia delle piante infestanti (circa 70%), che delle specie di insetti dannosi. Anche il costo energetico (studio di Pimentel-1973) relativo a monocolture come quelle del granoturco negli Stati Uniti, risulta maggiore nonostante l’alta produttività per unità di superficie, se confrontato con quello di colture alternative che non richiedono l’impiego di fonti non rinnovabili come combustibili fossili e fosforo. Le policolture legate alle pratiche agricole tradizionali garantiscono diversità colturali sia spaziali che temporali e producono vantaggi quali: rese totali per ettaro superiori generalmente a quelle delle monocolture, maggiore efficienza nell’assimilazione dell’energia luminosa, delle risorse idriche e dei minerali nel terreno, ad opera di piante con struttura, altezza ed esigenze nutritive diverse. Da non trascurare la minore sensibilità delle policolture agli effetti dei patogeni e degli insetti dannosi, dovuta alla diversa suscettibilità verso questi ultimi, e alla maggiore diffusione dei loro nemici naturali.

Nel caso intraspecifico i sistemi agricoli tradizionali prevedono miscele con linee genetiche diversificate che permettono inoltre al coltivatore l’utilizzo di microclimi differenti; ad esempio gli agricoltori andini annoverano fino a 50 varietà di patate nei loro campinfestanti, altrimenti debellabili con prodotti chimici, mentre la disponibilità di azoto nel terreno può essere opportunamente accresciuta miscelando ad esempio cereali e leguminose, dove i primi beneficiano dell’azoto fissato dalle seconde.

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Il sistema agroforestale si propone di ottimizzare le interazioni fra le colture, le specie arboree e gli animali, prevede una ricca biodiversità, e rappresenta un utilizzo della terra legato ad antica tradizione. Primo vantaggio: le radici degli alberi frammentano il terreno, attingono alle sostanze minerali in profondità e consentono la loro deposizione in superficie con la lettiera fogliare che rappresenta uno strato organico dove azoto, fosforo e zolfo sono più facilmente reperibili; in sostanza la maggior quantità di materia organica incrementa l’attività dei batteri azotofissatori, l’entità dei nutrienti e la qualità del terreno. Secondo vantaggio: la chioma degli alberi riduce il movimento dell’aria contrastando l’evaporazione, fa registrare spesso un’umidità relativa maggiore che negli spazi aperti, equilibra le temperature alzando le minime e abbassando le massime ( l’umidità atmosferica raccolta dalle fronde può depositarsi anche come gocciolamento di nebbia). Lo stesso equilibrio idrico viene influenzato dalla struttura della chioma e dal tipo di foglie. La progettazione di sistemi agricoli sostenibili si affida all’imitazione di ecosistemi come ad esempio le foreste naturali, dove la strutturazione stratificata della biodiversità ( alberi, arbusti, erbe, funghi) implica che ogni singolo livello sia funzionalmente determinante per l’intero sistema.